Friday, October 27, 2006

THE DAY AFTER --- partite
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Aver parlato ieri sera presso la Libreria del Cinema ai Fienaroli in Trastevere del libro Il Film Delle Emozioni di Raffaele Calabretta (Gaffi, 2006) con l'autore e altri mi ha fatto venire in mente un sacco d'altre cose che qui vorrei cercare di sintetizzare se mi riesce.
Ieri dicevo che è sorprendente come di recente i veri narratori abbiano l'esigenza di provarsi in molti linguaggi, anche per riuscire a contenere il fiume narrativo, soprattutto per lasciare che le immagini ingenti trovate si sversino in grammatiche loro proprie. Questo, provavo a dire ieri sera, l'ho visto anche nel recente libro di Sara Ventroni, Nel Gasometro (Le Lettere), anch'esso libro multifocale su quella materia putrefecale che è il gas combustibile prodotto finché l'ItalGas non lo ha dismesso dal gasometro romano sito accanto alla via Ostiense quando comincia la sua fuga da Roma. Mi aspettavo un libro formalmente di poesia, cioè in versi, invece ho trovato un libro di vera poesia che usa tutti i linguaggi nei quali la narrazione di un'ossessione emozionante trova i suoi letti instradandocisi come un siero che cola da una ferita - attorno alla quale, come ha ricordato Raffaele, Bruce Springsteen per esempio dice di aggirarsi di continuo per trovare le proprie canzoni, o Tom Waits anche si abbevera, come ci ricordava Mimmo Locasciulli sempre ieri sera, quando compone le sue parabole del quotidiano in musica. Nel libro di Sara, che è una vera narratrice, troviamo anche disegni appunti fotografie, quasi un film del gasometro che forse potrebbe diventare davvero un film, forse si presta a una sceneggiatura e un poco lo è già di per sé: in certi disegni su carta di quaderno il gasometro diventa voliera o diventa contenitore in cui l'uomo acrobata volteggia senza rete (io sono un uomo che si nasconde - canta recentemente LuVi De André, e io guardando quelle figure abbozzate a biro ci ho pensato molto, a quel ritornello prodigiosamente ossessivo, quasi rauco).
Ma oltre che con il libro di Sara Ventroni, dopo la chiacchierata di ieri, mi è venuto in mente che qualche parentela intrattiene il libro di Raffaele, anche con La Modificazione di Michel Butor (Fandango), romanzo della schiatta del Nouveau Roman francese che risale al 1957 - nell'edizioe francese del romanzo, Les Editions de Minuit, in fondo c'è una postfazione incantevole, il cui titolo è risolutivo: Réalisme Mythologique (Michel Leiris). Perché la letteratura è mito, è metafora, anche quando indulge a un realismo dovizioso, ricchissimo di dettagli. Anzi forse quella è la volta che davvero la somma dei parossismi realistici e la loro stessa ingenza producono un simbolismo esemplare. Così nel caso di Butor, può sembrare che Léon, il protagonista e arbitro assoluto di questa fetta di destini narrata in La Modification, sia travolto dalla realtà, e si modifichi in base ad essa - in realtà (!), filosoficamente parlando, accade il contrario: cos'è la percezione in filosofia?, è la modificazione del soggetto ad opera dell'oggetto: qui è il soggetto a modificare l'oggetto, gli oggetti, a trasformarli in chiavi rilevanti, e a decidere che valore dare all'urto inevitabile, al confronto rovinoso, sempre, tra i propri miti e la stucchevole realtà.
Anche Gabriele si lascia permeare da ciò che da fuori lo invade, e sta di continuo a decidere qual è il punteggio di queste infinite partite, il cui risultato più ricorrente, quello sicuro, è che finiscono tutte pari e patte - come ci ricordava ieri sera l'amico Filippo La Porta, e come accade anche per il buon Lèon di Butor che infatti approda a un favoloso immobilismo.
Cioè anche Raffaele, come Michel Butor, saccheggia la realtà come serbatoio di significati, e di senso, e intuitivamente, con scrittura solo apparentemente automatica e di certo compulsiva,
considera decisivi quei dettagli che si mostrano rilevanti a svelare un signficato ulteriore, un senso di verità che sta al fondo della spasmodica ricerca.
E' a questo punto notevole una somiglianza illuminante.
Nel romanzo di Butor, la moquette narrativa è il lungo viaggio (21 ore) in treno (Palatino) da Parigi a Roma (col temibile intermezzo notturno) - nel romanzo di Calabretta la moquette narrativa è il jogging, la corsa nei parchi che mettendo in moto il corpo mette in moto il pensiero, di più: l'anima, e porta a decisioni (come direbbe a questo punto l'amico Salvatore Jemma, fresco di edizione del suo DECISIONI - Paesaggio Italiano, Bohumil Ed.), cioè più che a scioglimenti a discernimenti o cernite.
E qui mi torna in mente anche un film del 2002, di Mimmo Calopresti (altro calabrese eccellente): La Felicità Non Costa Niente, in cui il protagonista non faceva che correre nei parchi e questo ostinato impegnarsi nel jogging lo mette nella condizione di dover guardare meglio certi suoi indistricabili intrichi profondi i cui nodi sono costantememte al pettine ogni volta che, come direbbe T S Eliot, il momento è spinto alla sua crisi.
Meditate, gente - meditate (Renzo Arbore).

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